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Come vorrei essere Carol, con la sua bellezza iconica, quasi artefatta avvolta nella sua pelliccia (spero sintentica) e nel suo completo Ferragamo anni ’50. Bellezza algida ma allo stesso tempo emotivamente coinvolgente. Sola ma alla ricerca di qualcuna che le faccia riscoprire la vita. Esempio di donna forte dell’epoca, corazzata, sembra, contro ogni pregiudizio.

Carol, in lotta, con la società borghese dell’epoca e con un marito che nonostante tutto la ama (come non può fare altrimenti?)  non riesce a divincolarsi dalle stesse regole che la società impone. Ne diventa esempio di virtù, con la propria classe ed eleganza, ma anche di ribellione quando spiega di non essere, non lei, non loro, esempi di immoralità.

Carol ci ricorda come una donna possa essere forte anche sotto le briglia di un uomo, dei costumi e dei dettami di un’epoca. La propria amicizia, il proprio amore, la propria maternità: tutto era una tassello da conservare e custodire gelosamente. E battersi con i denti. Magari arrendersi, riprendersi, rimettersi in discussione: ma esserci.

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Quando incontra Therese Belivet, commessa in un grande magazzino di giocattoli di Manhattan, il suo sguardo non tradisce intenzioni, il suo modo di fare ci lascia andare ad ogni tipo di fantasia. Come una Venere in pelliccia a cui tutto è permesso.

Nella propria disperazione, nella propria malinconia, Carol Aird è piena di vita e di ambizioni.

Probabilmente il film di Todd Hayes, tratto dal libro del 1952 di Patricia Highsmith “The Price of Salt”, non avrebbe quasi senso senza Cate Blanchett, vera diva odierna, capace di risultare credibile in un ruolo che a chiunque altra sarebbe potuto sfuggire di mano.

A volte però, guardando Carol, si ha l’impressione che la Blanchett abbia solo fatto lo sforzo di interpretare se stessa, senza fronzoli e senza pregiudizi.

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