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Quella che segue è un tesina universitaria scritta da Stefania Pizzetta, che ha deciso di renderla pubblica. Se siete interessati a fare lo stesso scriveteci. La tesina sarà pubblicata in due parti.

STORIA DEL BACIO GAY LESBICO NEL CINEMA

Quella che segue (nonostante il titolo ndr) non vuole essere una storia del bacio gay/lesbico; va premesso, però, che i fattori socio culturali e le contingenze storiche sono fondamentali per comprenderne la rappresentazione filmica sicuramente in misura maggiore che per i baci “etero”, “classici” o “normali”, come dir si voglia. Quest‟ultimo aggettivo, con accezione velatamente omofoba, è usato appositamente per sottolineare fin da subito come spesso i baci omosessuali (al cinema come nei vicoli delle strade), siamo ancora considerati “diversi”, frutto di una devianza psichica, espressione disgustosa di una “perversione” come l‟omosessualità. Notate bene, qui non si vuole certo fare una critica al sistema culturale italiano, occidentale etc., ma, affrontare questo argomento porta di sicuro a fare delle considerazioni profonde su come il cinema, e, di conseguenza, chi lo fa e chi lo vede, si approcci a questo tema.

Se ve lo state chiedendo sappiate che mi è sorto lo stesso dubbio: distinguere i baci “gay” e i baci etero” è stupido?! Beh forse sì. Un bacio è un bacio, tutto qua. Appartiene all‟esistenza umana, alla parte migliore; è un‟esperienza comune a milioni, miliardi, di donne e di uomini a prescindere dalla loro sessualità, e il cinema ne riproduce a volte l‟incanto altre la tragedia. Per chi si è posto la domanda la risposta è che non per tutti non esistono distinzioni; ci sono baci di serie A e B, ne esistono di “normali” e “diversi”, “liberi” e “nascosti”.

Se la distinzione tra baci gay e baci etero non vi ha fatto batter ciglio non temete, la maggior parte della persone nota la differenza, tanto per motivi di orgoglio (proud), che di curiosità, o magari latente/manifesta omofobia.

Se stiamo ancora qui a classificare ed etichettare vuol dire che un motivo c‟è ed è, credo, innanzitutto socio-culturale. Tutto ciò che entra a far parte dell‟immaginario collettivo, e quello che ne viene escluso, si fenomenizza e raffigura nei prodotti culturali che fruiamo continuamente. Per questo, attraverso le rappresentazioni filmiche si può intuire il modo in cui viene immaginato e sentito “collettivamente” il bacio omosessuale. A loro volta i film, e le relative scene, trasformano, traducono, tradiscono, scompigliano inevitabilmente i significati socialmente (più o meno) condivisi. Per questo attraverso ogni scena è possibile osservare sia lo status quo (sociale, storico, culturale), sia quel surplus di significazione che ogni opera apporta all‟universo del senso, spesso conducendo a un cambiamento.

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A questo punto, attraverso le scene selezionate, opereremo un‟analisi linguistica per inquadrature, piani e sequenze, cercando di recuperare e disvelare, attraverso gli elementi audio-visivi, il senso delle scelte stilistiche di regia e, confrontandole con prodotti coevi o distanti nel tempo, proveremo a capire se esistono e quali sono gli elementi ricorsivi del bacio omosessuale e se essi potrebbero indurci a parlare di modi canonici di rappresentazione.

Questa ricerca nasce dalla volontà di trovare degli esempi “classici” di rappresentazione del bacio gay/lesbico, individuarne le soluzioni stilistiche più comuni e infine capire se, e in che misura, si somigliano (o differiscono) i “baci del cinema”, a prescindere dal genere e dall‟orientamento sessuale.

Avventurandomi nella ricerca (forsennata) di film che rappresentassero la situazione narrativa da me scelta, mi sono imbattuta in molte scene che mettevano in scena baci tra persone dello stesso sesso. A quel punto ho dovuto fare chiarezza e operare una scelta su quali baci “fuori dalla norma” trattare.

Soprattutto tra donne, possiamo distinguere baci “innocenti”,“simpatetici”, “provocatóri”, non sempre nati da una tendenza sessuale diversa dall‟eterosessualità. Penso ad esempio a The Hours, film del 2002 diretto da Stephen Daldry basato sul romanzo Le ore di Michael Cunningham, vincitore del premio Pulitzer. Durante il film si assiste a scene raffiguranti tipi diversi di baci tra donne. In ordine temporale (ovvero in riferimento ai diversi momenti storici in cui sono avvenuti e non seguendo la successione che hanno nel film), il primo è quello tra Virginia Woolf (Nicole Kidman) e la sorella Vanessa. Suona come una richiesta d‟aiuto da parte della scrittrice ormai sfinita dalle crisi depressive. È un bacio fugace, che racchiude la storia e le vite di due persone legate dallo stesso sangue, e sembra lasciar presagire un addio (di lì a poco Virginia si suiciderà). In ambientazione da pieni anni ‟50 si consuma invece il bacio tra Laura Brown (Julianne Moore) e la vicina di casa Kitty (Toni Collette). Laura vive sull‟orlo della crisi, schiacciata dal ruolo socialmente imposto di madre perfetta ad ogni costo all‟interno della famiglia americana dell‟era post-bellica; un giorno, quando la sua amica Kitty dà sfogo alle sue ansie e paure per una malattia diagnosticatale, rivede in lei quelle sue stesse fragilità e debolezze; dopo un abbraccio affettuoso e consolatore, Laura bacia Kitty, come se quello fosse l‟unico gesto con cui potesse esprimerle tutte le parole che teneva dentro da sempre e che non sarebbe mai riuscita a pronunciare. Uno sfogo, un gesto di solidarietà, dunque, per quella pena comune di una vita non vissuta. Peccato che Kitty non comprenda l‟intenzione amorevole dell‟amica e, facendo finta che la cosa non sia mai successa, allarga ancora di più quelle ferite emotive che hanno mandato in crisi Laura. Si tratta di donne che soffocano le proprie aspirazioni e desideri, che non possono e non riescono ad essere se stesse.

Il film chiude il percorso sorella amica amante con la figura di Clarissa Vaughan (Meryl Streep), donna libera e dichiaratamente omosessuale, editor di una prestigiosa casa editrice. Una donna emancipata che vive liberamente e “normalmente” la sua sessualità. Le effusioni con la sua compagnia, i baci (come i litigi di ogni coppia affronta) non straniscono lo spettatore, o almeno non creano quell‟effetto sorpresa/shock che al contrario suscitano i baci delle altre protagoniste. Sebbene non sia scontato, in fondo ce lo aspettiamo che una donna lesbica viva la sua quotidianità

come chiunque altro. Nel film questi “baci saffici” hanno un doppio significato; da un lato rappresentano modi diversi di interpretare un bacio tra donne: espressione di un amore familiare, amichevole, o totale (comprendente anche il sesso); dall‟altro ci danno una cifra su come è cambiato e può cambiare il modo di vivere la propria spinta emotiva nei confronti di una persona dello stesso sesso. Clarissa negli anni duemila trova sicuramente sulla sua strada una resistenza culturale minore rispetto a Laura negli anni ‟50. Il senso è che si può vivere l‟amore tra donne in modo diverso ed esprimerlo con un bacio. Paradossalmente quello più trasgressivo è quello totalmente inaspettato e vagamente incestuoso (quanto siamo benpensanti!) delle sorelle. Quello tra le due compagne di vita invece, nell‟esperienza complessiva della visione del film, passa in sordina facendo compiere a mio avviso un piccolo passo verso una maggiore visibilità dell‟amore lesbico.

Insomma, ci sono nel cinema baci dati tra persone dello stesso sesso che a volte espressione di tenerezza altre di provocazione, sfida allo spettatore ed hanno un forte impatto sul pubblico ma non sono interpretabili come “baci tra innamorati” che sono il tipo di bacio che sarà oggetto della nostra analisi. Abbiamo scelto, infatti, scene di baci consumati tra persone omosessuali o, per dirla alla

Bauman, sessualmente “fluide”; insomma, almeno uno dei due attori deve avere un trasporto emotivo-sentimentale o un intento marcatamente sessuale-erotico nei confronti dell‟altro soggetto per far si che il bacio in questione sia situato all‟interno di un intreccio sentimentale. Un‟altra discriminante è stata selezionare soprattutto film mainstreaming, meglio se hanno riscontrato successo di critica e di pubblico; ci sembrava inutile spulciare solo tra i film cosiddetti di “genere”

(mai termine fu più appropriato), il nostro intento è di valutare la rappresentazione del bacio omosessuale nei film che in qualche modo sono riusciti a segnare la storia dell‟immaginario cinematografico dai primi del Novecento fino al primo decennio del Ventunesimo secolo.

IL PRIMO BACIO (NON SI RICORDA SEMPRE)

La storia del bacio al cinema sembra iniziare con un bacio alquanto trasgressivo: quello fra gli attori John C. Rice e May Irvin, l‟uno in abiti maschili, l‟altro femminili, nel film THE KISS, prodotto da Thomas Alva Edison nel 1896”1. In realtà l‟aggettivo “trasgressivo” è da porre in riferimento ai film della fine del Novecento; Dario Tomasi è come se ci anticipasse il valore che verrà dato (a partire dalla fine degli anni ‟60) al bacio tra due uomini o tra due donne, inteso come peccaminoso, provocatorio, eversivo. Di fatto, il bacio a cui fa riferimento l‟autore è da intendere come un bacio “etero” vero e proprio in quanto, agli albori del Cinema (e come succedeva anche per il teatro), era frequente che attori maschi interpretassero parti femminili.

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WINGS, diretto da William Wellman nel 1927

Il primo film che andremo ad analizzare è WINGS, diretto da William Wellman nel 1927. Si tratta di un film muto fu il primo miglior film premiato ai neo-istituiti Academy Awards nel 1927. È un film di guerra che ha come temi l‟amicizia, l‟amore e è ben evidente al suo epilogo una certa impronta pacifista.

Jack Powell (Charles Rogers) e David Armstrong (Richard Arlen) abitano nella stessa piccola cittadina americana; sono rivali in amore in quanto ognuno fa di tutto per avere le attenzioni della bella Sylvia Lewis (Jobyna Ralston). Jack crede erroneamente che sia lui il “preferito” di Sylvia, in realtà è David. I due giovani, entrambi arruolatisi per diventare piloti da combattimento, sono alloggiati insieme. Durante il periodo di addestramento da nemici diventano migliori amici e alla fine sono spediti in Francia per combattere contro i tedeschi nella guerra del ‟15-„18. Le sequenze di combattimento aereo erano all’avanguardia: Wellman adottò un metodo mai sperimentato prima: telecamere montate sulla carlinga degli aerei ed evoluzioni pericolosissime.

Il culmine della storia avviene con l’epica battaglia di Saint-Mihiel. David è colpito e creduto morto dai commilitoni. In realtà sopravvive grazie ad un atterraggio di fortuna, ruba un biplano tedesco, e si dirige verso le linee alleate. Con un colpo di tragica sfortuna, è individuato e abbattuto da Jack, che era deciso a tutti costi a vendicare il suo amico. Quando Jack atterra vittorioso ed esultante si accorgerà di quello che è successo. Da questo punto ha inizio la sequenza che ci sembrava interessante proporre. Innanzitutto la scena drammatica presenta fin da subito un rimando all‟iconografia religiosa. Prima che l‟aereo di David cada su un‟abitazione vediamo una donna e la sua bambina inginocchiate dinanzi ad una nicchia in cui vi è un crocifisso. Vedendo avvicinarsi l‟aereo la donna, spaventata, urla. Nell‟inquadratura in primo piano del volto della donna il regista lascia uno spazio per il grande crocifisso di legno. Lei è vestita di nero, un velo nero di pizzo le copre la testa, il tutto è presagio di lutto. Come nella più classica rappresentazione iconografica e cinematografica della crocifissione (penso ad esempio alla crocifissione di Gesù in “Il vangelo secondo Matteo” di Pasolini) quella presenza femminile fin da subito ci ricorda la Madonna o Maria

Maddalena che sotto la croce piange Cristo crocefisso. Mentre il corpo di David viene estratto dall‟aereo distrutto, Jack atterra col suo aereo in prossimità dell‟apparecchio nemico abbattuto nei pressi di un cimitero. Un‟inquadratura con un campo lungo mostra l‟aereo appena atterrato e dietro un paesaggio fatto di colline disseminate di croci bianche tutte in fila, un cimitero di caduti in guerra probabilmente. La croce torna come elemento ricorrente poco dopo quando Jack, ancora all‟oscuro di ciò che è successo e felice di aver abbattuto il nemico, stacca dalle ali del velivolo la croce simbolo dell‟esercito tedesco. A quel punto la donna vestita di nero, con la sua bambina in braccio, richiama l‟attenzione dell‟ufficiale e lo invita ad andare tra le macerie. Con un piano medio vengono inquadrate madre, figlia e il crocefisso che si erge integro dalle pietre. A quel punto al primo piano di Jack sconcertato ma felice di vedere l‟amico, si alterna al piano medio di David che giace disteso e sofferente su una panca come Cristo deposto dalla Croce. Jack si avvicina e lo abbraccia, con una mano gli mantiene il capo con l‟altra gli cinge il busto. Poi si rialza e toglie la cuffia da pilota che ha in testa. È una sorta di smascheramento, da questo momento Jack non è più il pilota invincibile ma un uomo preoccupato per l‟amico che è in pericolo di vita e, per uno strano scherzo del destino, la colpa è proprio sua. “C‟est la guerre”, questo si sente rispondere quando chiede ad ufficiale francese di trovare un dottore che curi David. A questo punto la macchina da presa indugia sul volto stravolto di Jack con un primo piano che si alterna al primo piano dell‟amico sofferente ma che non gli risparmia un sorriso: “don‟t go Jack” gli dice, e lui gli si butta al collo. Il pathos è crescente. I volti adesso sono vicini e i due restano abbracciati. Se non fossero due uomini penseremmo che quello è un tragico addio che va suggellato con un bacio, e infatti il bacio c‟è. Preso dal senso di colpa e dal dolore per l‟amico che sta morendo tra le sue braccia Jack bacia

David quasi sulle labbra. I due continuano ad accarezzarsi i capelli e Jack chiede perdono riferendosi alla rivalità per Sylvia; continua dicendo “You know there is nothing in the world that means so much to me as your friendship” e David gli risponde “I knew it, all the time”. La morte di David è simboleggiata da una scena in esterno in cui si vede l‟elica di un aeroplano che pian piano si ferma, sullo sfondo il cimitero di croci bianche.

Insomma, se non fosse che il tema è quello dell‟amicizia qui sembrano esserci tutti i presupposti narrativi e visivi affinché questo possa essere considerato un bacio tra due persone dello stesso sesso coinvolte sentimentalmente, insomma sono amici ma le immagini sembrano far intuire qualcosa di più senza eccessive forzature. L‟intreccio della storia in fondo è tutto concentrato intorno a questi due personaggi maschili, e le donne diventano quasi un pretesto per smuovere il racconto. Il tema centrale è l‟inutilità e la tragicità della guerra fatta dagli uomini e a cui si oppone l‟amore tra gli uomini inteso come fratellanza; essi possono essere capaci di grandi sentimenti e non

solo di odio e rivalità tra loro. D‟effetto l‟inquadratura sul particolare della croce tedesca che Jack aveva ritagliato dall‟aereo nemico che viene calpestata da lui stesso mentre prende in braccio il corpo dell‟amico per portarlo all‟esterno e dargli sepoltura.

Di fatto il mondo omosessuale tra ranghi militari è stato volutamente ignorato dal cinema , anche se molti militari vi facevano parte; il rigido moralismo anglosassone a Hollywood e l’imperante cattolicesimo europeo non permisero che il tema venisse sviluppato almeno sino alle rivoluzioni generazionali degli anni sessanta. D’altra parte in tutte le comunità militari chiuse, come in tutti i luoghi dove c’è una alta densità di uomini e nessuna presenza femminile, c’è stata sempre omosessualità: c’era nelle accademie militari prussiane di Federico II come tra le comunità guerriere degli indiani nord americani. Ad oggi, nell‟esercito statunitense ad esempio, vige la politica del politica del “Don‟t Ask, don‟t Tell” segno che l‟omosessualità tra i ranghi non è stata ancora legittimata o quantomeno accettata.

marlene dietrich marocco lesbian kissPassiamo adesso quello che è stato definito “primo bacio omosessuale” della storia del cinema: tratto dal film MOROCCO di Joseph Von Sternberg con Marlene Dietrich e Gary Cooper. Il film sentimentale/ drammatico prodotto dalla Paramount Pictures nel 1930, vede il debutto a Hollywood di Marlene Dietrich. La collaborazione Sternberg-Dietrich era cominciata qualche anno prima in Germania e proprio nell‟aprile del 1930 si assisteva al successo di “L’Angelo Azzurro” il primo film sonoro del Cinema Tedesco . Il personaggio di Lola Lola (Marlene Dietrich), cantante di varietà, donna perversa, ossessione erotica di un rispettabile professore, umiliato e ridicolizzato, diventa un‟icona della Storia del Cinema, consacrando Marlene Dietrich, mito e Diva, quale modello di

Femme fatale per antonomasia.

Anche in Morocco l‟attrice vestirà i panni della famme fatale ma in un modo del tutto diverso da quello di “L‟angelo azzurro”. Il film hollywoodiano è idealmente ambientato in Marocco appunto, a

Mogador, luogo in cui la cantante Amy (Marlene Dietrich) arriva da Parigi per lavorare al cabaret “Lo Tinto’s “; contemporaneamente vi giunge un reggimento della Legione Straniera. Quella notte, al cabaret, il legionario Tom Brown (Gary Cooper) mette in mostra tutte le proprie capacità seduttive e tra i due nasce una storia d’amore. Tom rimane vittima del fascino della cantante proprio nella memorabile scena in cui Marlene, vestita da uomo, fa la sua esibizione. Mentre canta la donna viene guardata con bramosia dagli uomini, soprattutto dal giovane e aitante Tom Brown. Lei sembra ricambiare vagamente gli sguardi, ma con un atteggiamento a metà tra sfida e lusinga; è una tecnica di seduzione anche quella, far finta di niente. Finita l‟esibizione canora, comincia un breve piano sequenza che ci porterà al bacio: la cantante, che con fare mascolino fuma una sigaretta e poi la butta a terra, scavalca la staccionata di legno che la separa dai tavoli e va tra i clienti. Un uomo le

offre da bere, lei con una mano in tasca sorseggia. Gli ostentati atteggiamenti maschili non riescono a nascondere la sensualità della donna, il gioco dei ruoli non fa che accrescere la sua carica erotica. Scolatosi il bicchiere, sofferma il suo sguardo su una ragazza seduta al tavolo; le due si guardano, l‟inquadratura è sempre un campo totale, questo sottolinea la mancanza di intimità tra le due. La cantante indugia un po‟, poi sfila dai capelli della donna un fiore, da sempre simbolo del femminile, e lo annusa. Ad un tratto lo mette da parte e, avvicinandosi alla bocca della ragazza, mantenendole il mento con la mano, la bacia; è l‟uomo che fa il primo passo. Il breve bacio fa emergere tutta la civetteria della ragazza e scatena l‟applauso del pubblico presente divertito. Il bacio è in questo caso una evidente provocazione, serve alla cantante per sottolineare la sua fama da famme fatale il cui obiettivo è quello di conquistare Tom a cui lancerà il fiore che aveva rubato.

Per un‟attrice, Marlene Dietrich, che era stata presentata a Hollywood con lo slogan: “La donna che perfino le donne possono adorare” quel bacio rappresenta la conquista di entrambi i generi sessuali, e soprattutto del nuovo mondo (quello americano). È qui forse che comincia quella che sarà una costante nella storia del bacio omosessuale al cinema, ovvero quel rapporto quasi patologico tra

scandalo e successo”.

Una nota a questo punto la merita il film RAGAZZE IN UNIFORME (1931) della regista Leontine Sagan, tratto dal dramma teatrale Gestern und Heute (Ieri ed oggi) di Christa Winsloe. La storia si svolge in Germania alla vigilia della guerra del 1914, in un collegio di Potsdam riservato a figlie di ufficiali che vi sono educate con severissima disciplina prussiana.

È indicato come il primo film a tema lesbico. Il bacio tra l‟allieva Manuela von Meinhardis (Hertha Thiele) e la giovane professoressa Fräulein von Bernburg (Dorothea Wieck), di cui l‟adolescente è innamorata, è molto delicato e assume un significato nettamente diverso rispetto a quello provocatorio di Marlene Dietrich visto sugli schermi l‟anno prima. È la sensibilità e la dolcezza femminile che si esprime attraverso la scena: per la buonanotte l‟insegnante passa tra i letti delle allieve e le bacia sulla fronte. In un pesante clima da caserma quello è un momento di tenerezza che tutte le ragazze agognano. Quando arriva da Manuela lei le si getta al collo, abbracciandola.

Nonostante l‟aria apparentemente distaccata e severa, sottolineata dal fatto di essere in ombra, la professoressa prende l‟iniziativa, si avvicina al volto candido e illuminato (d‟amore) della sua alunna e la bacia. Dall‟inquadratura in primo piano dei volti delle donne, si passa, durante il brevissimo bacio, a un piano medio. Questo allontanamento sembra voler significare, già a questo punto della storia, che quel rapporto non può avere un continuum e che inevitabilmente l‟insegnate e l‟allieva dovranno stare lontane.

Tra i baci omosessuali il bacio tra donne è il primo ad essere sdoganato con due accezioni distinte: tentazione/provocazione e dolcezza/sentimenti.

DI STEFANIA PIZZETTA

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