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Quello che accadde quando gli anime arrivarono in Italia

Grazie ai cambiamenti legislativi che portarono alla nascita di emittenti private nazionali e locali si ebbe la necessità di riempire i palinsesti di programmi già pronti e poco costosi, in questo modo la qualità non fu più il principale metro di giudizio nella scelta del prodotto. 

I cartoni animati giapponesi erano ideali per rispondere alle nuove esigenze di palinsesto, arrivò quindi Vickie il vichingo (1977), che non ebbe né critiche  né particolare successo, e soprattutto Heidi (1978).

La prima serie di animazione giapponese arrivata in Italia, passata per lo più in sordina, fu la coproduzione Barbapapa (1974), una co-produzione olandese tra Polyscope e lo studio giapponese Top Craft e tratto dal fumetto di Annette Tison e Talus Taylor. 

Heidi ebbe un ottimo successo di pubblico, soprattutto per via della grandissima qualità della produzione. Per la Nippon Animation si misero all’opera infatti due di quelli che sarebbero diventati i più grandi animatori di sempre, Isao Takahata e Hayao Miyazaki, oltre a Yoshiyuki Tomino, che avrebbe firmato la sceneggiatura di Mobile Suite Gundam (1979), uno dei più grandi successi della storia dell’animazione giapponese. Isao Takahata ed Hayao Miyazaki avrebbero poi in futuro lavorato insieme nello Studio Ghibli, il primo avrebbe firmato il capolavoro “Una tomba per le lucciole” (1988) e il secondo sarebbe stato premio Oscar per “La città incantata” (2001). 

La serie era un adattamento del romanzo Heidi (1880) della svizzera Johanna Spyri, ma ne abbandonò l’aspetto cristiano che lo caratterizzava. A causa degli altissimi costi di produzione però si verificarono problemi economici, in particolare sul mercato estero, visto come la principale fonte di guadagno, in cui la trasmissione non riscontrò il successo commerciale sperato. 

Anna dai capelli rossi di Isao Takahata

I classici della letteratura occidentale per ragazzi, soprattutto quella di fine Ottocento, furono di grande ispirazione per le produzioni animate di quel tempo. Il Sol Levante era molto affascinato da questo tipo di narrazione e fu realizzata ad esempio una serie, celeberrima anche in Italia, come Anna dai Capelli Rossi (1979), tratto dal romanzo di Lucy Maud Montgomery e diretta anch’essa da Isao Takahata. E’ un prodotto qualitativamente eccellente, sia dal punto di vista narrativo che per la qualità delle animazioni. Nel 1975 con l’anime Il fedele Patrash (1975) della scrittice inglese Marie Louise de la Ramé, si diede il via a quello che sarebbe stato ribattezzato il genere Meisaku, ossia tutte quelle produzioni realizzate dallo studio di animazione Nippon Animation basate sui classici occidentali della letteratura per l’infanzia. 

Anime molto famosi anche in Italia, come Marco, Dagli Appennini alle Ande (1976), Peline Story (1978), Flo, La piccola Robinson (1981), Sui monti con Annette (1983), Le avventure dalla dolce Kati (1984), Lovely Sara (1985), Pollyanna (1986), Piccole Donne (1987), Papà Gambalunga (1990) abbracciarono tutto il periodo dalla fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta. (Tavassi, 2012)

La fine degli anni Settanta segnarono un cambiamento epocale per la Tv dei Ragazzi. L’arrivo di un cartone animato riscosse un successo clamoroso, e riscrisse completamente la programmazione dei palinsesti televisivi dei decenni successi. Alle ore 19:00 del 4 aprile 1978 venne trasmesso «Atlas Ufo Robot», conosciuto come Goldrake, che «apre di fatto le porte allo sbarco dell’arrivo massiccio dei cartoni animati giapponesi e di tutto quello che ne conseguì, genitori, educatori, giornalisti, politici non risparmiarono alla serie animata critiche, ci fu addirittura un’interpellanza parlamentare per interrompere la trasmissione della serie.» 

Il successo fu travolgente e diede il via a quello che sarebbe stato considerato l’anime boom, ossia un periodo di grande successo dell’animazione giapponese nel nostro Paese che ebbe il suo culmine nel periodo che va al 1977 al 1984. Il successo si manifestò anche attraverso un vasto merchandising e pubblicazioni da edicola e libreria (anche se il fenomeno manga che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni era ancora lontano). 

Goldrake entrò nella nuova fascia di programmazione delle ore 19:00, in cui cominciarono ad essere trasmessi telefilm e cartoni animati per ragazzi e bambini. Come detto, a causa dei cambiamenti legislativi che portarono alla nascita di nuove reti private e locale, la Rai divenne sempre più competitiva. La tv divenne più commerciale, anche la tv di Stato, e quindi nacque la necessità di trasmettere prodotti già realizzati. Anche la Rai non guardava necessariamente alla qualità ma a coprire i buchi di palinsesto ed avere audience sicuro. 

Goldrake era un cartone animato molto innovativo per l’epoca, soprattutto in un periodo, gli anni Settanta, dove la fantascienza risultava molto popolare sia in tv che al cinema. Star Trek (1966) era famosissimo in tutto il mondo già dalla fine degli anni Sessanta e un decennio dopo George Lucas avrebbe diretto il film di fantascienza più famoso di sempre, Guerre Stellari (1977), che sarebbe stato il film più visto del decennio, inoltre lo stesso anno Steven Spielberg diede alla luce Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). La storia di Goldrake, un robot gigante guidato da un ragazzo che si batte per difendere la terra dagli alieni Vega, si inseriva quindi in un terreno estremamente fertile per questo genere e il successo fu assicurato.

Le prime 26 puntate, immediatamente replicate, ottennero una media di 8 milioni di telespettatori a puntata, di cui 3 milioni nel target sotto i 15 anni. Niente a che vedere quindi con il già forte successo di Heidi, che riuscì a vendere lo stesso anno mezzo milione di copie del 45 giri della sua sigla. Il successo di Goldrake fu incredibile. (La Stampa, 1979) 

Negli articoli dell’epoca che ho analizzato risalta un aspetto molto importante, la divisione netta di genere in cartoni animati per bambine, quindi per un pubblico femminile e in cartoni animati per bambini, quindi un pubblico maschile. La Stampa in un articolo del 17 gennaio del 1979, “I nuovi Disney arrivano dal Giappone” scriveva «Le bimbe hanno avuto l’anno passato Heidi, i bimbi hanno avuto Goldrake»

Un altro aspetto importante riguarda le continue polemiche indirizzate al prodotto. L’accusa maggiore riguardava la violenza di alcune scene, sicuramente diverse dai toni calmi di cui si era fatta testimone la Tv dei Ragazzi fino ad allora. 

Il 17 Aprile 1980 nel programma di Rai 2 L’altra campana del presentatore Enzo Tortora alcuni genitori protestarono contro Ufo Robot e gli altri cartoni animati giapponesi. «Gliene diciamo quattro e anche molto volentieri perché purtroppo, e la televisione di Stato per prima e le reti libere private, hanno fatto una campagna di condizionamento ai nostri bambini proprio con questi telefilm fatti in maniera veramente pericolosa. […]», le parole di un genitore. 

Un’immagine del cartone animato Goldrake

Le critiche furono numerose e ci fu addirittura un’interrogazione parlamentare per decidere un’eventuale interruzione della serie. La cronaca dell’epoca però riporta in particolare una vicenda ricordata dalla stampa non solo di settore, come la “Crociata di Imola”. Un gruppo di 618 genitori di Imola raccolsero le firme per chiedere l’interruzione del cartone animato giapponese. 

Il famoso fumettista Bonvi, autore di Cattivik, Sturmtruppen e Nick Carter, su Il resto del Carlino scrisse 

«[…] da noi Pearl Harbor c’è già stata, i “musi gialli” di tanti films di guerra hanno invaso da tempo la penisola, e nessuno se n’è manco accorto. Qualche perplessità l’hanno avuta i genitori di Imola, quando si sono accorti che i giovani rampolli passavano interi pomeriggi davanti ai teleschermi, assorbendo come spugne valanghe di cartoni animati tipo “Goldrake” e “Mazinga” e chi più ne ha più ne metta»

Il Settimanale Oggi, nel numero 16 del 20 Aprile 1980, parlò in maniera equilibrata dell’iniziativa dei 618 genitori di Imola firmatari di una lettera inviata a due ministri e all’Ansa. Per via di questa raccolta firme la “crociata ai disegni giapponesi” entrò nel vivo. L’articolo è abbastanza equilibrato e le domande del giornalista ai genitori di Imola si dimostrano pertinenti, oltre a pregiarsi del commento erudito ed equilibrato di Oreste Del Buono, esperto di fumetti e allora direttore del famoso settimanale Linus.

«Non credo che possano paralizzare, come molti sostengono, il senso critico e la creatività dei ragazzi. Non bisogna dimenticare che questi cartoni animati sono prodotti e realizzati dai giapponesi. E’ un popolo che trasferisce in immagine ciò che ha vissuto, ciò in cui ha sempre creduto e in cui crede ancora. I volti dei personaggi televisivi sembrano tratti dal teatro giapponese. E si possono analizzare anche in chiave positiva. Rappresenta l’uomo che vince contro i robot, la Terra che combatte contro dei mostri di un mondo lontano».

Un’altra voce, sicuramente di enorme rilievo, e tra le poche ad essersi schierata a favore dei cartoni animati giapponesi, è stata quella dello scrittore Gianni Rodari. 

«Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cosa è per un bambino l’esperienza di Goldrake o di Fonzie [Happy Days]. Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non suggerire a loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte… invece di polemizzare con Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenerato rispetto ai miti di Ercole?».

L’invasione dei cartoni animati giapponesi proseguì in maniera inarrestabile, sia su rete pubbliche ma soprattutto private, per tutti gli anni Ottanta e Novanta, alcuni di questi raggiunsero una popolarità eccezionale. Kiss me Licia (1983), Sailor Moon (1995), Dragon Ball (1984) e Pokèmon (1997) I più popolari in assoluto, ma centinaia di altri titoli riempirono i palinsesti. 

L'anime Candy Candy, tra i più poplari negli anni ottanta. Tratto dal manga di Yumiko Igarashi

Da Candy Candy (1980), sfortunata orfanella idolo degli anni Ottanta, a Ken il guerriero (1987), violentissimo e decisamente fuori target rispetto al pubblico infantile, passando per anime divenuti iconici come I cavalieri dello zodiaco (1985), Lamù (1981), Ranma ½ (1989), Lady Oscar (1979), Doraemon (1979), Lupin III (1971). 

In Giappone gli anime venivano, e vengono prodotti tutt’oggi, per target di età anche molto diversi tra loro e sono davvero molto popolari. Ci sono cartoni animati per bambini di fascia pre-scolare ma anche per adulti, vengono prodotti sia per la televisione (in genere vengono trasmessi a cadenza settimanale, e durante qualsiasi fascia oraria sia diurna che notturna e per qualsiasi tipo di pubblico e target d’età) che per il cinema e il mercato dell’home video, quest’ultimo ancora molto popolare nel Sol Levante, nonostante l’arrivo dei colossi dello streaming come Netflix e Prime Video. Esiste una divisione netta per quanto riguarda la fascia di pubblico maschile e femminile, cosa che rispecchia la staticità dei ruoli di genere della società nipponica, nella quale convive una società estremamente industrializzata però fortemente ancorata alle tradizioni. In questo contesto è evidente che i topos tipici della narrazione possano rispecchiare diverse sensibilità e risultare differenti se paragonati agli standard educativi del nostro Occidente. Negli anime quindi è consueto trovare situazioni che includono sesso o violenza, anche per via dei diversi target d’età a cui i prodotti si riferiscono in partenza. L’Italia, nell’importarli, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, ha attuato un’opera grossolana di riadattamento e censura, soprattutto sui prodotti non esplicitamente rivolti ai bambini, per far sì che fossero adatti a loro e alle esigenze del nostro Paese, ma soprattutto per accontentare gli sponsor che non volevano essere associati a programmi ritenuti inadatti per l’infanzia ma  di grande appeal per la vendita di merchandising.

L’opera di riadattamento e censura si basa su questioni importanti, sin dai tempi di Goldrake, quando i genitori di Imola criticarono il programma.

Come evidenziò il quotidiano “Il Messaggero” in un articolo del 9 Aprile 1980 erano molti gli studi che evidenziavano la pericolosità dell’esposizione dei bambini a contenuti televisivi non adatti: «C’è chi vede nei programmi di lotta violenta un pericolo, in quanto scatenerebbe impulsi mimetici, puramente imitativi», «I mass-media soprattutto la televisione vanno richiamati alla loro funzione essenzialmente educativa. Sono, lo vogliano o no, un formidabile ferro pedagogico. Gli effetti di intontimento e di vera e propria idiozia di massa non vanno ricercati solo nei contenuti ma anche, se non in primo luogo, nella sedentarietà in cui i piccoli telespettatori sono costretti» e si sottolinea un aspetto importantissimo «la funzione di baby sitter che la televisione ha assunto presso moltissime famiglie, con l’ovvia conseguenza che tutto viene assorbito dai piccoli telespettatori senza l’aiuto del filtro critico e valutativo della conversazione con i grandi».

In questo contesto quindi l’animazione giapponese si trovò ad affrontare gli anni Ottanta, decennio in cui le televisione italiane furono inondate da prodotti animati provenienti dal Sol Levante. 

Le reti locali licenziarono decine di serie, replicando anche vecchi cartoni animati e la Rai si trovò quindi non solo a dover essere commercialmente competitiva ma senza il monopolio che la Tv dei Ragazzi aveva avuto nel decennio precedente. 

Silvio Berlusconi intuì per primo la potenzialità della Tv commerciale, acquistò centinaia di telefilm, per lo più di provenienza statunitense, e telenovelas, di provenienza sudamericana e, ovviamente, prodotti animati proveniente dal Giappone. 

La maggiore responsabile del successo della programmazione per ragazzi Fininvest è stata Alessandra Valeri Manera, responsabile delle trasmissioni per ragazzi delle reti Mediaset dal 1980 al 2001 ed autrice di gran parte delle sigle animate cantate da Cristina d’Avena. Fu sua la scelta di acquistare e trasmettere “I Puffi” (1981), osteggiata dall’azienda che non credeva nel loro successo, risultato inaspettato, e fu sua anche l’idea di creare un programma-contenitore di soli cartoni animati, con qualche piccolo intermezzo e sketch, di affidarlo all’allora sconosciuto Paolo Bonolis.

Bim Bum Bam è stato un successo tale da essere trasmesso continuativamente dal 1981 al 2002.  Alessandra Valeri Manera è stata anche autrice dei live action “Love me Licia” (1986), Arriva Cristina (1988),  Cri Cri (1990), interpretati da Cristina D’Avena. I suoi telefilm ebbero grande gradimento di pubblico ma il successo non era eguagliato dalla qualità. Le serie in questione erano girate in pochi interni, quasi sempre gli stessi, interpretati da attori non talentuosi, molto spesso ridoppiati nelle fasi di montaggio, e con sceneggiature banali. 

 Cristina D'Avena in Love me Licia (1986), tratto dal cartone animato giapponese Kiss me Licia (1983)

Ovviamente Mediaset rispondeva quasi esclusivamente agli sponsor, quindi non era necessario proporre una tv di qualità, erano solo gli ascolti ad essere importanti. Molte serie, come Lady Oscar (1979) erano di grandissima qualità, altre invece servivano a rispondere ad esigenze di mercato e di palinsesto. 

Le serie animate furono completamente riadattate e censurate perché non erano adatte ad un pubblico di bambini occidentali. L’adattamento e le censure in genere riguardavano cambi dei nomi dei personaggi, tagli di scene ammiccanti o violente.

Uno dei casi più eclatanti riguarda il cartone animato più famoso degli anni Novanta, Sailor Moon (1992). La protagonista è Bunny, una ragazza adolescente che grazie ai poteri donati da una gattina si trasforma nell’eroina Sailor Moon, e combatte le forze del male insieme al suo gruppo di amiche, anche loro combattenti. L’anime ebbe un successo clamoroso e «segnò in modo decisivo una svolta ancora più commerciale degli anime seriali televisivi» (Tavassi, 2012), le cinque stagioni prodotte fino al 1996 furono seguitissime in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti e in Europa. L’anime, non sono in Italia ma in quasi tutti i paesi occidentali in cui fu trasmesso, venne completamente rimaneggiato, sia nei dialoghi che nelle scene. Alcuni personaggi e relazioni omosessuali, presenti nel cartone animato, furono censurati, e stessa cosa avvenne per i personaggi che non rispecchiavano la visione canonica del genere maschile e femminile. La serie era prodotta esplicitamente per un pubblico femminile ma era molto popolare anche tra i bambini di sesso maschile. 

La direttrice dell’Osservatorio su Tv e Minori dell’epoca Vera Slepoj nel 1997, mentre la quinta ed ultima stagione del cartone animato veniva trasmessa ogni sera su Rete4, in una intervista pubblicata sul quotidiano Il Giorno, scrisse

«Sailor Moon in sé non ha nulla che non vada. Propone una giovane eroina e si sono riscontrati casi di bambini di sesso maschile che, assistendo quotidianamente al cartoon, hanno finito con l’identificarsi nel personaggio protagonista, forte, vincente, di potere, un modello di comportamento, femminilizzando il loro modo di vivere, le relazioni con i coetanei, chiedendo di poter vestire come i loro coetanei.

La questione venne ripresa dalla stampa e da alcuni telegiornali. In un’intervista al settimanale Oggi Vera Slepoj dichiarò

«Sailor Moon disturba lo sviluppo sessuale dei bambini. Questa è una eroina dotata di una grande forza, una donna che comanda. E’ un personaggio molto ambiguo, con tratti maschili. Tutto ciò crea disturbi nei bambini, li confonde proprio in un’età in cui hanno un grande bisogno di modelli da imitare, soprattutto dal punto di vista sessuale di cui non sanno nulla.

Seguire questa eroina può essere pericoloso per i più piccoli. Ci sono casi di maschietti in psicoterapia perché si atteggiavano come lei.

Abbiamo avuto alcuni casi di bambini con problemi di femminilizzazione. Bambini molto confusi che, addirittura, desideravano indossare gli abiti e comprare i gadget di ‘Sailor Moon’ in vendita. Per me è importante soprattutto evitare il passaggio ossessivo di un cartone animato come questo in Tv, perché è soprattutto la quantità che porta ad una clonazione della personalità.»

La televisione per bambini era radicalmente cambiata rispetto alla tv dei ragazzi degli anni Sessanta e Settanta, i prodotti venivano realizzati con lo scopo di creare merchandising, il prodotto doveva essere crossmediale. Lo storytelling crossmediale è il processo grazie al quale una storia viene raccontata attraverso diversi mezzi di comunicazione. La storia è in genere parallela, ha gli stessi personaggi, una storia più o meno continuativa e talvolta la trama è continuativa o parallela.

Sin dall’antichità le storie, in determinati casi, sono state narrate attraverso più mezzi, come nell’antica Grecia quando le gesta degli eroi e i miti venivano narrate attraverso la lirica, il dramma, l’epica, il teatro. Ovviamente la diffusione di nuovi mezzi di informazione ha permesso e si è adattata alla realizzazione di racconti e storie che utilizzassero diversi canali di comunicazione.

In Giappone Satoshi Tajiri ebbe l’idea, che è alla base dei Pokèmon, di far combattere tra loro dei mostriciattoli immaginari simili ad animali domestici, ma senza ricorrere a scene particolarmente violente. Propose l’idea alla Nintendo e nel febbraio del 1996 vennero pubblicati due videogiochi per il Gameboy, console molto popolare in quegli anni.

Il 1° aprile 1997 Tv Tokyo iniziò la trasmissione della serie televisiva animata, tutt’ora in corso, e Mediaset trasmise la serie a partire dal 2000. In quasi tutti i 74 paesi in cui andò in onda ottenne un successo clamoroso, tanto da risultare il franchise più redditizio di sempre. I Pokemon vennero, e sono tutt’ora, sfruttati per videogames e cartoni animati, per fumetti, per gadgets, per carte da gioco, per ogni tipo di oggettistica.

Agli inizi del nuovo millennio grandi successi come Dragon Ball (1986). One Piece (1999) o Naruto (2002) erano molto popolari tra i bambini pur non essendo state create per questo specifico target.

La rete televisiva commerciale maggiormente popolare tra gli anni Ottanta e Duemila tra i bambini e i ragazzi in Italia è stata Italia1, del gruppo Mediaset di Silvio Berlusconi. 

Italia1 è una rete generalista acquisita dal gruppo Finivest nel 1983, quando era di proprietà di Edilio Rusconi, proprietario della casa editrice Rusconi, e sin dagli esordi il canale si è caratterizzato per un’impronta generalista e per trasmissioni di intrattenimento leggero come ad esempio film e telefilm. Tantissime le serie televisive divenute popolari dagli anni Ottanta, Love me Licia (1986), I ragazzi della terza C (1987), McGuyver (1985), Supercar (1982), Beverly Hills 90210 (1990), La Tata (1993), Dawson’s Creek (1998), The OC (2003), Buffy, L’ammazzavampiri (1997) e Smallville (2001), per citarne alcuni. Grandi successi animati come South Park (1997), cartone animato sboccato, violento e per adulti che durante gli esordi è stato trasmesso in prima serata, I Simpson (1987) e I Griffin (1999), entrambi trasmessi durante l’orario di pranzo, tipicamente quello in cui la scuola è appena terminata, e molto seguiti anche dai bambini nonostante non adatti per loro. 

Written by Giulio P.

Quasi quarantenne appassionato di cinema, televisione, manga e letteratura. Based in Rome.

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